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Terremoti

Lo Tsunami, questo sconosciuto...

di Irene Sterpi

Spesso molti fenomeni naturali ben conosciuti dagli scienziati risultano sconosciuti ai più. Almeno finché non accade un evento tale da portarli in primo piano. E’ questo il caso dello tsunami.

Chi aveva mai sentito parlare dei maremoti prima del dicembre 2004? In quell’occasione le rive che circondano l’Oceano Indiano furono devastate da onde alte più di dieci metri. Da allora, il problema degli tsunami è diventato di dominio pubblico.

Tsunami è una parola è di origine giapponese e significa “onda di porto”. Una delle possibili cause scatenanti, ma non l’unica, è un terremoto sottomarino: quando due placche si scontrano sul fondale oceanico, le forze d’attrito creano delle piccole onde sul pelo dell’acqua. Man mano che le onde si avvicinano alla costa, la loro velocità si riduce ma l’altezza aumenta. In genere, gli tsunami avvengono più frequentemente nell’Oceano Pacifico. Essi sono causati, oltre che dai terremoti, da frane, esplosioni ed eruzioni vulcaniche sottomarine.

Per valutare la potenza distruttiva di uno tsunami, alcuni scienziati hanno pensato di inventare una scala di misurazione, detta Scala Sieberg-Ambraseys. Le categorie di riferimento sono 6.

  1. Molto debole: l’onda è percepita solo da appositi strumenti, detti mareografi.

  2. Debole: l’onda viene avvertita da chi vive molto vicino alla spiaggia ed è visibile dove sono presenti spiagge molto piatte.

  3. Abbastanza forte: negli estuari dei fiumi si inverte la corrente. Si iniziano ad avere i primi danni: le piccole imbarcazioni possono essere scagliate sulla spiaggia e le costruzioni leggere vicine alla riva vengono leggermente danneggiate.

  4. Forte: l’onda ricopre la costa per un’altezza variabile da caso a caso, danneggiando anche le strutture in muratura, se si trovano sulla costa. Le imbarcazioni sono trascinate al largo con i detriti oppure insabbiate. Può esserci erosione di alcuni terreni.

  5. Molto forte: si accentuano i danni citati sopra. Inoltre si possono trovare animali marini morti sparsi lungo la costa. In questo caso, purtroppo, si iniziano ad avere anche vittime tra la popolazione civile. L’arrivo dell’onda è accompagnato da un forte rombo.

  6. Disastroso: tutte le navi subiscono grossi danni e molte persone annegano. Le onde causano la distruzione quasi totale delle costruzioni vicine alla costa e sradicano gli alberi che incontrano sul proprio cammino.

Nel vicino Mediterraneo, si deve ricordare lo tsunami causato dal collasso dell’isola di Santorini, nell’arco allenico, 3.600 anni fa. Anche se l’attività sismica è la principale responsabile di queste calamità, non si deve escludere il coinvolgimento di fenomeni vulcanici provenienti dal Vesuvio, dall’Etna e dalle Isole Eolie. Infatti alcune recenti ricerche condotte da Maria Pareschi, studiosa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), hanno rilevato come, nel passato, l’Etna sia stato causa di uno dei più forti tsunami della storia del Mediterraneo. L’Italia non è stata risparmiata: dai dati raccolti, si è scoperto che negli ultimi 4 secoli, ogni 100 anni si sono verificati circa 15 maremoti. I più devastanti si sono abbattuti sulle coste di Puglia, Calabria e Sicilia.

Per quanto sembri strano, la Svizzera non è immune al rischio di tsunami. In un lago, come documentato storicamente. Era il 1601 e, in concomitanza con un terremoto, nel Lago dei Quattro Cantoni si sviluppò un maremoto, con onde alte fino a 3 metri.

Data la situazione a rischio dell’intero bacino del Mediterraneo, è necessario prendere delle misure precauzionali per proteggersi dai maremoti. Purtroppo, però, attualmente non esiste una rete di allarme nel Mare Nostrum. Nei prossimi anni, gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo hanno intenzione di ovviare al problema, anche se sarà difficile avere un sistema veramente efficiente. Infatti, a causa della conformazione geografica del mare (che è un bacino chiuso e di piccole dimensioni), tutti gli tsunami si verificano molto vicino alla costa e le onde la raggiungono in tempi veramente brevi. Resta così pochissimo tempo per avvisare la popolazione.

Ben diversa è la situazione nell’Oceano Pacifico: dato il pericolo molto maggiore, molti Paesi hanno deciso di formare un sistema di monitoraggio e allerta. Questo vuol dire che si sono dotati di una rete di stazioni oceanografiche e di un centro di elaborazione dei dati per il rilevamento di eventuali terremoti che potrebbero generare uno tsunami. Si tratta, di solito, di sismi la cui magnitudo supera il valore 7,5. Per essere efficiente, però, il sistema d’allarme deve dare notizia del pericolo entro 6 ore dal rilevamento dei dati. Attualmente la rete più importante è lo Tsunami Warning System nel Pacifico (PTWS), con sede nelle Hawaii.

Dopo il catastrofico tsunami del 26 dicembre 2004, è risultato evidente come anche l’Oceano Indiano necessiti di un sistema di allarme. Di recente Patricio Bergal, segretario esecutivo della Commissione Oceanografica Intergovernativa (IOC), ha affermato che entro il luglio del 2006 sarebbe stata pronta una rete di monitoraggio efficiente anche per i Paesi che si affacciano su quell’oceano.


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