I
protagonisti della storia della scienza degli ultimi 100 anni sono la
fisica atomica e la genetica. La prima ha regnato nei primi cinquant'anni,
la seconda ha saputo sfruttare i risultati della nuova fisica per
divenire la regina indiscussa delle scienze di fine secolo. Il passaggio
di potere è avvenuto nel 1953 quando James Watson e Francis Crick,
basandosi sui lavori di Rosalind Franklin e Maurice Wilkins,
determinarono la struttura del DNA.
Tutto ebbe inizio nel 1860, nell’orticello di un
monaco agostiniano. Il suo nome era Gregor Mendel, monaco fedele alle
regole di Sant'Agostino ma anche attento a quelle della natura, nel suo
orto, infatti, germogliò la genetica. Mendel passò molte stagioni a
studiare le piante di pisello e si accorse che alcuni caratteri della
pianta o del frutto erano ereditati secondo delle regole precise. Quando
pubblicò i suoi risultati nel 1866 nessuno conosceva le virtù del DNA e
fu quindi impossibile collegare le sue osservazioni a questa molecola. I
suoi brillanti lavori furono ignorati per quarant'anni.
All'inizio del novecento era chiaro che gli esseri viventi sottostavano
ad una legge ereditaria dei caratteri, ma nessuno sapeva indicare quale
molecola era portatrice dell'informazione genetica. Il DNA, l'acido
desossiribonucleico, era già conosciuto da parecchi anni come una
sostanza priva di qualsiasi interesse biologico. Fu scoperto nel 1869,
tre anni dopo le pubblicazioni di Mendel, da un chimico svizzero,
Johannes Friderich Miescher che lo estrasse a partire da spermatozoi di
salmone pescati nel fiume Reno che scorreva non lontano dal suo
laboratorio. La nuova sostanza era un liquido viscoso dalla composizione
chimica molto semplice: conteneva uno zucchero, dell'acido fosforico e
quattro composti organici chiamati basi. Ci si accorse presto che questa
sostanza era localizzata nei nuclei delle cellule e formava lunghi
filamenti chiamati cromosomi. La sorpresa arrivò nel 1903 quando Sutton
e Boveri scoprirono che il comportamento dei cromosomi durante le
divisioni cellulari soddisfacevano pienamente le esigenze mendeliane. Da
quel momento furono riscoperte le regole di Mendel e i cromosomi
assunsero il ruolo di veicoli dell'ereditarietà biologica.
Il DNA protagonista della vita
Un dilemma si presentava però ai ricercatori: come poteva una semplice
molecola, monotona e priva di una complessità biochimica, essere il
supporto biologico dell'informazione genetica? Si sapeva che i cromosomi
erano anche avvolti da proteine, e per molti anni si pensò che fossero
proprio le proteine e non il DNA a portare l'informazione genetica. Al
DNA si attribuì un semplice ruolo di supporto fisico per le proteine.
Anche se non esaustivo, questo modello venne utilizzato per alcuni
decenni, fino quando, nel 1944, tre ricercatori, O.T. Avery, C.M. McLeod
e M. McCarty, dimostrarono chiaramente che il principio biochimico
portatore dell'informazione genetica non erano le proteine, ma il DNA.
Una monotona successione di elementi biochimici, nascondeva l'enigma
della vita di tutti gli esseri viventi. Per svelarne il segreto
bisognava penetrare nell'intimo delle cellule e imparare a leggere la
lingua della natura.
Il segreto svelato dai raggi X
La strada fu spianata dalla famiglia Bragg, padre e figlio, inventori
della cristallografia con i raggi X, un metodo che permette di
analizzare l'architettura delle molecole, sfruttando le immagini di
diffrazione che si creano quando i raggi X attraversano atomi
organizzati in strutture ordinate. Rosalind Franklin e Maurice Wilkins
applicarono proprio questo metodo per tentare di capire la struttura del
DNA. Ottennero alcune immagini e proposero un modello incompleto della
struttura del DNA. Il rompicapo era prossimo alla soluzione: si
conoscevano la composizione chimica del DNA e il suo ruolo fondamentale
nell'ereditarietà, e grazie a Wilkins e Franklin c’erano anche degli
indizi sulla sua struttura tridimensionale. A questo punto entrarono in
scena due giovani ricercatori, James D. Watson un americano di 25 anni e
Fancis Crick, un inglese di 37 anni. Analizzando le immagini ottenute
con i raggi X capirono l’incredibile struttura del DNA: una successione
di miliardi di basi organizzate in due filamenti avvolti l’uno
sull’altro a forma di doppia elica. Una struttura paragonabile ad una
scala a pioli flessibile, attorcigliata su se stessa. Questo modello
nascondeva un'elegante fonte di complessità e dava la possibilità alla
natura di scrivere in codice i piani di costruzione di ogni essere
vivente. Per la loro scoperta Watson e Crick ottennero nel 1962, insieme
con Wilkins, il premio Nobel per la medicina. Rosalind Franklin morì
prematuramente di una leucemia e non ebbe la medesima gloria terrestre.
Così dicono le biografie. In verità un riconoscimento maggiore ai lavori
della Franklin poteva essere assegnato. Infatti fu proprio l'esperienza
acquisita da Rosalind che permise di ottenere le fotografie ad alta
definizione di singoli filamenti di DNA e immagini per diffrazione dei
raggi X. Grazie ai suoli lavori si definì le caratteristiche strutturali
della molecola del DNA: la forma ad elica e l’esistenza di conformazioni
diverse (forma A e B). Il modello della struttura del DNA, con le prove
sperimentali messe in atto da Rosalind Franklin fu in seguito elaborato
da Crick e Watson. Negli articoli pubblicati da Crick e Watson sulla
rivista "Nature" non comparve mai il riconoscimento dell'apporto dato
alla ricerca dalla scienziata. La versione "ufficiale" venne ripresa
anche dagli Annali scientifici per cui divenne opinione comune che il
modello del DNA fosse stato elaborato senza l'utilizzo dei dati di
Rosalind Franklin. Nel 1962 James Watson, Francis Crick e Maurice
Wilkins ottennero il Premio Nobel per la Medicina per la scoperta della
struttura del DNA, senza riconoscere il contributo di Rosalind Franklin
neppure durante il loro discorso di ringraziamento. La nuova genetica
era nata, escludendo ancora una volta le donne dalla scienza.
Riquadro:
Che cos'è il DNA?
Per capire il significato biologico del DNA, mettetevi al pianoforte.
Avete a disposizione sette note musicali e, anche se non siete pianisti,
provate a suonarle liberamente. Il risultato, salve rarissime eccezioni,
farà inorridire i vicini di casa, abbaiare il vostro cane e se avete un
po’ di spirito critico, capite che è meglio lasciare stare. Eppure i
tasti e le note sono gli stessi che utilizzano i grandi musicisti per
comporre sublimi sinfonie. Anche la natura ha composto concerti e
sinfonie, utilizzando solo quattro note musicali: sono le quattro basi
contenute nel DNA, indicate con le lettere A, C, G e T, abbreviazioni di
molecole biochimiche dai nomi più complessi (A = adenina; C = citosina;
G = guanina; T = timina) . Le composizioni hanno nomi noti a tutti:
l'operetta "batterio" per esempio è scritta affiancando con un ordine
preciso 4 milioni di basi, la sonata "lievito" richiede 12 milioni di
basi, ma l'opera più mirabile è la sinfonia "uomo", ottenuta con una
successione di 3 miliardi di A, C, G e T che si susseguono senza
stonature. La probabilità che una sinfonia di queste dimensioni nasca
per puro caso è praticamente nulla.
Come una sola stonatura può rovinare la bellezza di una sinfonia di
Beethoven, una sola base messa al posto di un'altra nel DNA può condurre
a conseguenze gravissime. Le stonature della natura si chiamano
mutazioni genetiche e sono responsabili di migliaia di malattie.
Quando ventidue anni fa si mise a punto la tecnica che permette di
conoscere la sequenza del DNA, ovvero in che modo si susseguono le
quattro basi lungo il filamento della molecola, alcuni ricercatori
cominciarono a valutare la possibilità di determinare la sequenza dei 3
miliardi di monomeri esistenti nel DNA umano. Il progetto prese avvio
proprio in Svizzera nel 1988 quando un gruppo di scienziati decise di
fondare l’organizzazione HUGO (Human Genome Organization). Da allora la
determinazione della sequenza del DNA umano prosegue a ritmo frenetico.
Tra pochi anni la "sinfonia uomo" sarà svelata e per essere trascritta
richiederà ben 10’000 fascicoli di 100 pagine ciascuno, con 3000 lettere
per pagina! Questa grandiosa sinfonia, che per essere archiviata
richiederebbe alcune stanze di ampie dimensioni, è interpretata ogni
giorno all’interno delle nostre cellule nell'esiguo spazio del nucleo,
una sfera di soli 0,003 mm di diametro! Sfido chiunque ad infilarci un
pianoforte.
Il DNA ambasciatore dell'umanità
Quando la NASA scelse i simboli dell'umanità da inviare con le navicelle
spaziali Voyager oltre il Sistema Solare, selezionò oltre a dei concerti
di Bach, Beethoven e Stravinsky, la struttura biochimica a doppia elica
di Watson e Crick. Il messaggio era chiaro: tutto il fenomeno vita
riassunto nel DNA, re delle molecole, emblema dell’intera umanità e
simbolo del nostro progresso. La dimensione microscopica del DNA,
condensato nei 23 cromosomi, non permette di cogliere immediatamente
l’ampiezza delle informazioni scritte su questa molecola. Ogni cellula
delle 10’000 miliardi che compongono il nostro corpo contiene lo stesso
DNA: 2 metri di molecola attorcigliata e compressa nell'esiguo spazio
del nucleo cellulare. Messo in fila otterremmo 120 miliardi di Km di DNA
per persona.
Come questa meraviglia della natura sia apparsa sul nostro pianeta
nessuno lo sa, la sua stupefacente complessità ha fatto evocare ad
alcuni origini divine. Per altri, invece, il DNA è il frutto di fortuite
combinazioni molecolari oppure il regalo di una meteorite piovuta dal
cielo. Oggi, dopo tre milioni e mezzo di anni dalla sua comparsa, l’uomo
ha imparato non solo a leggere il mistero della vita biologica, ma anche
a manipolarlo a suo piacimento, con i rischi che questo comporta.