Non
è possibile comprendere l’importanza della scoperta degli antibiotici
senza immergersi per un attimo nell'Europa di inizio secolo. Le malattie
batteriche, come la tubercolosi, la difterite, la pertosse o il tetano,
regnavano ed erano compagne abituali di vita e di morte del popolo come
dei sovrani. Anche un semplice graffio ad una gamba poteva mutare in
dramma: se nella ferita si annidava il temibile batterio Clostridium
welchii, in pochi giorni l’arto si gonfiava con il gas prodotto dal
germe, trasformandosi in una cancrena nera. Il malato a questo punto
aveva poca scelta: perdere la gamba o la vita. Il pneumococco, un altro
batterio, causava invece delle forme di polmoniti molto pericolose che
portavano nei casi più gravi ad un accumulo di pus nella cavità
pleurica. Il trattamento consisteva nel segare una o più costole e
inserire un drenaggio per evacuare il pus, ma l’intervento non sempre
serviva a salvare la vita del malato. I bambini morivano soffocati di
difterite, mentre il tifo e il paratifo causavano gravi febbri
intestinali con esito mortale. Gli streptococchi e gli stafilococchi
causavano infezioni acute ai reni, alla vescica o all'intestino. La
sifilide e la gonorrea, anche se tenute nascoste, erano un vero flagello
per tutti i ranghi sociali. Nel 1918 il colpo di grazia venne dalla
Spagnola, le infezioni batteriche aggravarono gli effetti del virus
dell'influenza, provocando milioni di morti.
La crociata contro le infezioni
A parte qualche raro vaccino, la medicina non possedeva valide armi
terapeutiche. Il trattamento delle infezioni batteriche consisteva,
quando era possibile, nel lavaggio delle zone infette con degli
antisettici chimici, che distruggevano i germi ma purtroppo anche parte
del tessuto. Durante la prima Guerra Mondiale migliaia di soldati
morirono al fronte per semplici infezioni, le ferite si trasformavano
spesso in cancrene putride che obbligavano i medici a effettuare molte
amputazioni. Almroth Wright, un professore di patologia e batteriologia
al St.Mary's di Londra, con la collaborazione di Alexander Fleming, un
medico scozzese, decise allora di intraprendere una crociata contro i
microbi. Convinti dell'inefficienza degli antisettici utilizzati fino
allora, ricercarono nuove sostanze capaci di curare le infezioni
batteriche.
La scoperta della penicillina
A Fleming piaceva sperimentare tutto quello che gli passava fra le mani.
Una sera facendo un po' d'ordine si accorse che in una coltura batterica
cui aveva aggiunto un po' del suo muco nasale, i batteri faticavano a
svilupparsi. Scoprì così il primo agente antibatterico naturale che
battezzò lisozima. Dopo parecchi anni di sperimentazioni si accorse però
che l'azione del lisozima era assai limitata e molti germi patogeni
sfuggivano al suo potere antibatterico.
Fu ancora la fortuna ad aiutare Fleming quando dimenticò qualche piastra
contenenti delle colture batteriche sul suo tavolo. Al suo ritorno dalle
vacanze, si accorse che una spora di una muffa aveva contaminato la
piastra, un fatto banale e ricorrente nei laboratori di microbiologia.
Fleming, non gettò la coltura nel cestino, come avrebbe fatto qualsiasi
altro microbiologo, ma la fece rigirare più volte fra le mani. I suoi
occhi osservavano un fatto inaspettato: i batteri non si erano
sviluppati attorno alla muffa. Il caso volle infatti che la muffa
appartenesse ad una rarissima specie (Penicillum natatum) capace di
produrre una sostanza antibatterica, inoltre una particolare coincidenza
climatica rese possibile la crescita simultanea dei batteri e della
muffa. Quel mese di vacanza fruttò a Fleming più di cinquant’anni di
lavoro, senza fatica aveva trovato il primo antibiotico della storia: la
penicillina.
Una scoperta senza applicazioni terapeutiche
Come per il lisozima, l'entusiasmo fu subito ridimensionato, infatti
l’applicazione terapeutica della penicillina non ebbe successo. Era una
sostanza difficile da purificare, molto instabile e quando veniva
iniettata era subito eliminata dall'organismo. Anche il trattamento
locale delle ferite non dava i risultati sperati. Fu quindi utilizzata
unicamente come sostanza da laboratorio per selezionare alcune specie
batteriche. In seguito ci si accorse che la scoperta non era nemmeno
originale perché altri scienziati, alcuni decenni prima di Fleming,
avevano già descritto l'effetto inibitore di alcune muffe sulla crescita
batterica. Per ben 12 anni Fleming ebbe nel suo laboratorio la sostanza
magica che avrebbe rivoluzionato la medicina, ma non sapeva come
utilizzarla. La svolta arrivò quando due giovani ricercatori di Oxford
chiesero un po' di quella muffa a Fleming. Si chiamavano Ernst Chain, un
biochimico di origine ebrea e Howard Florey un medico australiano.
Florey e Chain: scoprono l'uso della penicillina
Florey e Chain appena ricevettero la muffa organizzarono un
impressionante progetto di ricerca, dettato da ritmi di lavoro intensi e
infinite analisi scientifiche. Intuirono l'importanza della penicillina
e capirono che per studiare il suo effetto bisognava riuscire a
purificarne una grande quantità. Il tre settembre 1939, tre giorni dopo
la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra alla Germania, Florey
richiese dei fondi per cominciare le sue ricerche, anche se in pochi
credevano nella penicillina e i soldi mancavano. Dapprima migliorarono i
protocolli di Fleming, perfezionando le tecniche di estrazione e in
seguito analizzarono l'effetto della sostanza su un organismo vivente.
Nel mese di marzo del 1940 Florey e Chain possedevano 100 mg di
penicillina e ne iniettarono 20 mg ad un topo scoprendo che la
penicillina non aveva effetti tossici. Passarono subito alla seconda
tappa, sapere se la penicillina aveva effetti terapeutici. Iniettarono a
otto topi 100 milioni di batteri patogeni e a quattro di essi
somministrarono della penicillina. I risultati furono a dir poco
miracolosi: i topi che avevano ricevuto la penicillina si salvarono, gli
altri morirono. Ripeterono più volte l'esperimento affinando il metodo,
i tempi, le concentrazioni e pubblicarono i risultati il 24 agosto del
1940 sulla rivista medica "The Lancet". La penicillina era una potente
sostanza antibatterica capace di guarire infezioni gravi. Questa
strabiliante scoperta resterà una tappa fondamentale nel cammino della
storia della medicina.
Dal topo all'uomo
Sorgeva ora un altro problema: l'uomo è mille volte più grande di un
topo. Bisognava produrre la penicillina come si produceva il pane. Le
industrie farmaceutiche erano però restie in tempo di guerra ad
investire i loro fondi in una muffa, così Florey prese una decisione
coraggiosa: trasformò il suo laboratorio in un centro di produzione di
penicillina. Pochi giorni prima del Natale 1940 ritirò da un artigiano
600 recipienti, raccolse qualche bidone del latte, assunse degli operai
e convertì le sale del suo laboratorio in locali di estrazione e
purificazione della penicillina. Coltivava così 500 litri di coltura
della muffa ogni settimana, una quantità sufficiente per curare cinque o
sei pazienti! Due mesi più tardi Florey possedeva abbastanza penicillina
per i primi test clinici, i risultati furono spettacolari. Anziani,
adulti e bambini guarivano da mali incurabili. Alcune ditte
farmaceutiche americane cominciarono allora a produrre il nuovo magico
antibiotico a livelli industriali e dai pochi grammi nel 1940, si passò
nel 1945 ad una produzione sufficiente per 250'000 malati. Florey e
Chain avevano rivoluzionato la medicina regalando a milioni di persone
la guarigione da malattie fino allora incurabili.
A chi il merito della scoperta?
A chi bisogna assegnare il merito della scoperta della penicillina? A
Fleming che la scoprì casualmente senza trovare un'applicazione
terapeutica o a Florey e a Chain che grazie a un lungo e meticoloso
lavoro scientifico scoprirono le virtù di questa sostanza trasformandola
in un prezioso medicamento? Anche se la commissione dei Nobel attribuì
il prestigioso premio a tutti e tre, la gloria fu unicamente per Fleming.
Dopo i successi terapeutici della penicillina, Florey e Chain,
continuarono le ricerche, mentre Fleming non perdeva una sola occasione
per incontrare giornalisti. L'immagine veicolata dai media fu subito
distorta: all'opinione pubblica piaceva l'immagine del povero
ricercatore scozzese che, dopo anni di assidue ricerche e enormi
sacrifici, ha donato all'umanità un medicamento miracoloso. Questa
campagna di incoronamento di Fleming e di esclusione di Florey e Chain,
fu sostenuta anche da Wright (il direttore del laboratorio di Fleming)
che seppe sfruttare l'occasione per rilanciare finanziariamente il suo
laboratorio. I più grandi giornali dedicarono intere pagine a Fleming
che ricevette 25 titoli onorifici, 15 cittadinanze d'onore, 140
decorazioni e tanti altri premi, raramente la stampa citava Florey e
Chain. E mentre Fleming appariva sulle copertine delle più popolari
riviste mondiali, Florey scoprì nuovi antibiotici, diede un sostanziale
impulso all'immunologia, fondò la migliore scuola di patologia
sperimentale del mondo e fu uno dei fondatori dell'Australian National
University.
Se Fleming è ricordato come l'uomo della penicillina - persino un
cratere lunare porta il suo nome -, la nostra gratitudine va soprattutto
a Florey e Chain, che nell'ombra hanno scoperto l'applicazione
terapeutica della penicillina.