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Scienza per tutti - Dossier

Neuroscienze
 

Il linguaggio

di Sara Muttoni

Abbiamo intervistato Andrea Carlo Moro, professore ordinario di Linguistica Generale all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Passando attraverso un percorso poliedrico (Medicina, Matematica e alla fine Lettere Classiche), Moro affronta lo studio della logica e della grammatica. La sua anima inquieta lo porta in giro per il mondo fino al Massachusetts Institute of Technology di Boston e lì, con il programma “Brain and Cognitive Science”, raggiunge finalmente la pace dei sensi. Il filo conduttore delle sue ricerche è la grande passione per lo studio del cervello e dei sistemi formali.

 

Che cos'è il linguaggio? È una caratteristica umana importantissima: è stata selezionata dall'evoluzione? Quali esigenze soddisfa?

La teoria dell'evoluzione contemporanea ci mostra che non tutti i geni espressi per una certa funzione in un organismo si sono selezionati necessariamente per quella: potrebbero essere stati selezionati indirettamente perché vicini, in senso biomolecolare, ad altri geni a loro volta selezionati oppure potrebbero essere stati selezionati per un'altra funzione. Il linguaggio soddisfa almeno due esigenze: quella comunicativa tra individui e quella rappresentativa, valida anche per un individuo solo. Tuttavia non possiamo affatto dire che la sua struttura sia stata selezionata per comunicare, almeno non più di quanto possiamo dire che la struttura della mano sia stata selezionata per manovrare una biro. Nulla nella grammatica ci autorizza ad affermare che il linguaggio è nato per comunicare.

 

Ci sono zone cerebrali predisposte per il linguaggio?

Certamente. Ci sono reti neuronali dedicate al linguaggio ma non si pensa più che esistano centri isolati e dedicati a una funzione singola. L'Area di Broca, per esempio, è coinvolta nei processi linguistici ma anche nell'elaborazione musicale. Quello che conta nel cervello sono le reti che si formano tra zone diverse. In questo senso siamo abbastanza distanti dalle prime scoperte ottocentesche. Questo tipo di modello è anche l’unico compatibile con i modelli grammaticali moderni: in un certo senso è concepibile solo a partire da questi.

 

Un italiano e un giapponese utilizzano le stesse aree cerebrali? E nel cervello di un bilingue che cosa accade?

Certo, ogni essere umano utilizza le stesse reti. Il caso del bilinguismo, o in generale della poliglossia, è molto delicato: ci sono aree comuni ma si sa, a partire da dati clinici, che non ci può essere sovrapposizione totale, altrimenti non si spiegherebbe la perdita di una sola lingua, non necessariamente la lingua madre, in soggetti che hanno subito lesioni focali nell’encefalo, come traumi, ictus o tumori. E anche gli studi di neuroimmagine stanno fornendo dati interessanti. Tra l’altro, coerentemente con i modelli linguistici contemporanei, anche chi parla un dialetto oltre l’italiano è considerato a tutti gli effetti un soggetto bilingue.

 

In un paziente dislessico che cosa accade?

La dislessia è un disturbo della lettura: coinvolge reti dedicate al linguaggio ma non fa parte del linguaggio “in sé”. Ci sono interessanti studi di carattere genetico che mostrano tuttavia come anche questo fenomeno, la lettura, sia indipendente dalla “cultura” di un individuo. Le capacità di lettura e scrittura, intese come “decifrazione dei simboli alfabetici”, sono certamente indipendenti dalla cultura, ovviamente a patto di prendere soggetti non analfabeti o scarsamente alfabetizzati. È anche il caso di errori sistematici di inversione di gruppi di lettere come in "canetsro" al posto di "canestro". Naturalmente, alcuni individui possono trovare strategie alternative che limitino questi difetti, e questo potrebbe in qualche modo dipendere dalla cultura e dall'esercizio. In generale, la dislessia va trattata da persone esperte, che sappiano bene come affrontare il problema nelle varie fasi dell'apprendimento.

 

Lei compie i suoi studi su lingue trasmesse oralmente. Le persone sorde comunicano però con lingue lingue gestuali come la LIS o l'ASL, che non sono traslitterazioni segnate dell'italiano e dell'inglese ma linguaggi autosufficienti, dotati a tutti gli effetti di una grammatica propria. Durante l'apprendimento come si riprogrammano le aree cerebrali del linguaggio?

Lo studio del linguaggio dei segni è un tema centrale della biolinguistica. Non sono sicuro che sia corretto parlare di “riprogrammazione”. Penso piuttosto a una diversa espressione periferica, il gesto, di una capacità centrale, la grammatica, comune ai sordi e ai non sordi.

 

È presente anche in loro un “centro della grammatica”?

Senza alcun dubbio: con la stessa complessità, la stessa variabilità e la stessa ricchezza di qualsiasi altra lingua.


Consigli per la lettura

Andrea Moro, I confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili, Longanesi, 2006
Oliver Sacks, Vedere voci, Adelphi 1991


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