Che
cosa vi suggerisce la parola “coscienza”? E’ un termine ambiguo,
cervellotico: possiamo parlare del nostro Grillo Parlante, della
consapevolezza di esistere e della percezione del nostro corpo usando
sempre lo stesso termine.
Uno dei maggiori studiosi della coscienza è Antonio
Damasio, ricercatore di origine portoghese: i laboratori di ricerca
realizzati con sua moglie Hanna presso l'Università dello Iowa sono
considerati ormai un punto di riferimento per lo studio dei fenomeni
nervosi che sono alla base dei processi cognitivi. Il punto di partenza
di Damasio, sostenuto dall'osservazione di diversi casi clinici, è che
il cervello non può essere studiato senza tener conto dell'organismo a
cui appartiene e dei suoi rapporti con l'ambiente. La coscienza, nel
modello di Damasio, è studiata in funzione di due componenti
fondamentali: l'organismo e l'oggetto dell'attenzione, insieme alle
relazioni che si sviluppano tra loro nel corso delle loro interazioni.
Quindi la coscienza consiste nella costruzione di conoscenze rispetto
all'oggetto e nei cambiamenti che quest'ultimo causa nell'organismo.
Secondo Damasio, la coscienza inizia come un
sentimento particolare o comunque qualcosa di molto simile e, in ogni
caso, coscienza ed emozione non sono separabili, perché la prima è
indissolubilmente legata al sentimento del corpo. In conclusione, la
coscienza è un aspetto ausiliario, insorta in funzione del nostro
adattamento all'ambiente.
Molti altri neuroscienziati sostengono una tesi
diversa: la coscienza è un processo di rappresentazione del mondo
generato attivamente dal nostro cervello, ristretto e guidato da filtri
“direzionabili” come l'attenzione e la motivazione, che ci permettono di
focalizzare il nostro interesse su punti precisi. Un esempio? Anche
mentre stai svolgendo il compito più impegnativo puoi essere distratto
da un rumore o da un'immagine, perché i tuoi sensi tengono sempre
d'occhio l'ambiente circostante. Così tu ti accorgi della bellona che
ancheggia nel ristorante (e del ceffone in arrivo dalla tua ragazza) e
la gazzella percepisce il leone che si nasconde nella savana: la
prontezza di riflessi fa il resto e salva la pelle a entrambi.
La coscienza non si può rappresentare come un “flusso
costante”, piuttosto come una serie di “stati conseguenti” della durata
di pochi secondi l'uno. In pratica si creano milioni di fotogrammi che
il cervello unirà creando un grandioso film, l'esistenza del mondo. Per
fortuna i dati sensoriali sono acquisiti in parallelo ed è proprio per
questo che noi non perdiamo mai la nostra identità e conserviamo la
memoria di chi siamo. Se la comunicazione e l'elaborazione dei dati
avvenisse in serie (cioè un dato dopo l'altro: prima percepiamo un
suono, poi vediamo una forma, poi il suo colore eccetera), perderemmo
coscienza di noi stessi alla prima distrazione, e ogni mattina ci
sveglieremmo senza sapere chi siamo.
Ma come la mettiamo con la dimensione temporale? La
nostra vita si articola nel tempo ed è necessario che i dati acquisiti
durante il giorno vengano immagazzinati da qualche parte nel nostro
cervello. La memoria è un serbatoio di esperienze che ci permette di
vivere e interagire con i nostri simili. Perciò è fondamentale
incamerarle.
I primi studi sulla memoria sono stati compiuti nel
lontano 1962 da Eric Kandel (ieri brillante ricercatore e oggi luminare
delle neuroscienze) sul mollusco Aplysia californica: il giovane
Eric capì che anche un organismo semplice come un mollusco poteva
"abituarsi" a stimoli tattili non nocivi. Come ha fatto? Racconta Kandel:
"L'Aplysia respira attraverso un organo respiratorio, la
branchia, che termina in un piccolo sifone. Se qualcuno vi soffia su un
occhio, automaticamente voi socchiudete la palbebra e alla fine, se lo
scherzetto continua, vi abituerete a quello stimolo fastidioso (a meno
che il getto d'aria non sia doloroso). Allo stesso modo, se un getto
d'acqua viene soffiato sul sifone dell'Aplysia, l'animale ritira
energicamente sia il sifone sia la branchia. Se però continuiamo a
farlo, l'animale ritirerà il sifone sempre meno, e si abituerà". Questo
piccolo esperimento ha gettato le basi di tutti i futuri esperimenti
sulla memoria e sulla plasticità sinaptica, regalando a Kandel nel 2000
un meritatissimo Premio Nobel per la medicina.
Oggi gli scienziati parlano spesso di memorie a breve
e a lungo termine, per indicare i due tipi principali di memoria
dichiarativa, cioè esprimibile a parole. Quando studiamo qualcosa siamo
in grado di ricordarla per poco tempo: solo con una ripetizione efficace
e frequente possiamo trasformare il pensiero in una traccia mnestica
duratura. Il nostro cervello è dotato di un “ripetitore naturale” che
agevola il ricordo: è l'ippocampo, una formazione neurale presente
all'interno del lobo temporale. Il suo ruolo è quello di “consolidatore”
della memoria, perché trasforma la memoria da breve a lungo termine. Chi
presenta lesioni all'ippocampo soffre di amnesia anterograda: ricorda
perfettamente particolari del suo passato ma non può apprendere nulla di
nuovo, se non per breve tempo, perché la capacità di consolidamento è
compromessa. Esiste un serbatoio della memoria, un punto preciso dove
viene memorizzato tutto ciò che apprendiamo? Ancora non si sa, perché i
pazienti amnesici su cui si compiono questi studi presentano spesso
danni cerebrali diffusi e molte volte le ricerche sono discordanti sui
dati finali.
Anche le abilità fisiche sono memorizzate: si tratta
della memoria non dichiarativa. Un esempio? Quando impariamo ad andare
in bicicletta compiamo aggiustamenti automatici delle mani e del corpo
per rimanere in equilibrio ma non possiamo dichiarare né come facciamo
né come lo ricordiamo per tutta la vita, perché sono comportamenti
automatici. Anche se abbiamo appreso correttamente un esercizio, non
siamo necessariamente in grado di descriverne con le parole i movimenti.
Questo tipo di memoria non coinvolge l'ippocampo: basta ripetere il
gesto (anche centinaia di volte, se necessario) e l'apprendimento arriva
da sé. Quindi non dare del sadico all'allenatore che ti costringerà a
ripetere per l'ennesima volta il calcio di rigore: ora sai che potrà
solo farti del bene.
Consigli per la lettura
Joseph Ledoux, Il Sé sinaptico. Come il nostro
cervello ci fa diventare quelli che siamo, Cortina, 2002
AA.VV. La psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria,
psicoanalisi, neuroscienze, Einaudi Grandi Opere, 2006
Antonio Damasio Emozione e coscienza, Adelphi, 2000
Benjamin Libet, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Cortina
Raffaello, 2007