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Scienza per tutti - Dossier

Neuroscienze
 

Coscienza & memoria

di Sara Muttoni

Che cosa vi suggerisce la parola “coscienza”? E’ un termine ambiguo, cervellotico: possiamo parlare del nostro Grillo Parlante, della consapevolezza di esistere e della percezione del nostro corpo usando sempre lo stesso termine.

Uno dei maggiori studiosi della coscienza è Antonio Damasio, ricercatore di origine portoghese: i laboratori di ricerca realizzati con sua moglie Hanna presso l'Università dello Iowa sono considerati ormai un punto di riferimento per lo studio dei fenomeni nervosi che sono alla base dei processi cognitivi. Il punto di partenza di Damasio, sostenuto dall'osservazione di diversi casi clinici, è che il cervello non può essere studiato senza tener conto dell'organismo a cui appartiene e dei suoi rapporti con l'ambiente. La coscienza, nel modello di Damasio, è studiata in funzione di due componenti fondamentali: l'organismo e l'oggetto dell'attenzione, insieme alle relazioni che si sviluppano tra loro nel corso delle loro interazioni. Quindi la coscienza consiste nella costruzione di conoscenze rispetto all'oggetto e nei cambiamenti che quest'ultimo causa nell'organismo.

Secondo Damasio, la coscienza inizia come un sentimento particolare o comunque qualcosa di molto simile e, in ogni caso, coscienza ed emozione non sono separabili, perché la prima è indissolubilmente legata al sentimento del corpo. In conclusione, la coscienza è un aspetto ausiliario, insorta in funzione del nostro adattamento all'ambiente.

Molti altri neuroscienziati sostengono una tesi diversa: la coscienza è un processo di rappresentazione del mondo generato attivamente dal nostro cervello, ristretto e guidato da filtri “direzionabili” come l'attenzione e la motivazione, che ci permettono di focalizzare il nostro interesse su punti precisi. Un esempio? Anche mentre stai svolgendo il compito più impegnativo puoi essere distratto da un rumore o da un'immagine, perché i tuoi sensi tengono sempre d'occhio l'ambiente circostante. Così tu ti accorgi della bellona che ancheggia nel ristorante (e del ceffone in arrivo dalla tua ragazza) e la gazzella percepisce il leone che si nasconde nella savana: la prontezza di riflessi fa il resto e salva la pelle a entrambi.

La coscienza non si può rappresentare come un “flusso costante”, piuttosto come una serie di “stati conseguenti” della durata di pochi secondi l'uno. In pratica si creano milioni di fotogrammi che il cervello unirà creando un grandioso film, l'esistenza del mondo. Per fortuna i dati sensoriali sono acquisiti in parallelo ed è proprio per questo che noi non perdiamo mai la nostra identità e conserviamo la memoria di chi siamo. Se la comunicazione e l'elaborazione dei dati avvenisse in serie (cioè un dato dopo l'altro: prima percepiamo un suono, poi vediamo una forma, poi il suo colore eccetera), perderemmo coscienza di noi stessi alla prima distrazione, e ogni mattina ci sveglieremmo senza sapere chi siamo.

Ma come la mettiamo con la dimensione temporale? La nostra vita si articola nel tempo ed è necessario che i dati acquisiti durante il giorno vengano immagazzinati da qualche parte nel nostro cervello. La memoria è un serbatoio di esperienze che ci permette di vivere e interagire con i nostri simili. Perciò è fondamentale incamerarle.

I primi studi sulla memoria sono stati compiuti nel lontano 1962 da Eric Kandel (ieri brillante ricercatore e oggi luminare delle neuroscienze) sul mollusco Aplysia californica: il giovane Eric capì che anche un organismo semplice come un mollusco poteva "abituarsi" a stimoli tattili non nocivi. Come ha fatto? Racconta Kandel: "L'Aplysia respira attraverso un organo respiratorio, la branchia, che termina in un piccolo sifone. Se qualcuno vi soffia su un occhio, automaticamente voi socchiudete la palbebra e alla fine, se lo scherzetto continua, vi abituerete a quello stimolo fastidioso (a meno che il getto d'aria non sia doloroso). Allo stesso modo, se un getto d'acqua viene soffiato sul sifone dell'Aplysia, l'animale ritira energicamente sia il sifone sia la branchia. Se però continuiamo a farlo, l'animale ritirerà il sifone sempre meno, e si abituerà". Questo piccolo esperimento ha gettato le basi di tutti i futuri esperimenti sulla memoria e sulla plasticità sinaptica, regalando a Kandel nel 2000 un meritatissimo Premio Nobel per la medicina.

Oggi gli scienziati parlano spesso di memorie a breve e a lungo termine, per indicare i due tipi principali di memoria dichiarativa, cioè esprimibile a parole. Quando studiamo qualcosa siamo in grado di ricordarla per poco tempo: solo con una ripetizione efficace e frequente possiamo trasformare il pensiero in una traccia mnestica duratura. Il nostro cervello è dotato di un “ripetitore naturale” che agevola il ricordo: è l'ippocampo, una formazione neurale presente all'interno del lobo temporale. Il suo ruolo è quello di “consolidatore” della memoria, perché trasforma la memoria da breve a lungo termine. Chi presenta lesioni all'ippocampo soffre di amnesia anterograda: ricorda perfettamente particolari del suo passato ma non può apprendere nulla di nuovo, se non per breve tempo, perché la capacità di consolidamento è compromessa. Esiste un serbatoio della memoria, un punto preciso dove viene memorizzato tutto ciò che apprendiamo? Ancora non si sa, perché i pazienti amnesici su cui si compiono questi studi presentano spesso danni cerebrali diffusi e molte volte le ricerche sono discordanti sui dati finali.

Anche le abilità fisiche sono memorizzate: si tratta della memoria non dichiarativa. Un esempio? Quando impariamo ad andare in bicicletta compiamo aggiustamenti automatici delle mani e del corpo per rimanere in equilibrio ma non possiamo dichiarare né come facciamo né come lo ricordiamo per tutta la vita, perché sono comportamenti automatici. Anche se abbiamo appreso correttamente un esercizio, non siamo necessariamente in grado di descriverne con le parole i movimenti. Questo tipo di memoria non coinvolge l'ippocampo: basta ripetere il gesto (anche centinaia di volte, se necessario) e l'apprendimento arriva da sé. Quindi non dare del sadico all'allenatore che ti costringerà a ripetere per l'ennesima volta il calcio di rigore: ora sai che potrà solo farti del bene.


Consigli per la lettura

Joseph Ledoux, Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quelli che siamo, Cortina, 2002
AA.VV. La psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze, Einaudi Grandi Opere, 2006
Antonio Damasio Emozione e coscienza, Adelphi, 2000
Benjamin Libet, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Cortina Raffaello, 2007


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