Perché
il mio stomaco brontola sempre? Perché continuo a ingrassare? E per
quale maledetto motivo continuo a saccheggiare il frigo in piena notte?
Queste sono alcune delle domande che ci poniamo spesso dopo lo “spuntino
della vergogna”, quello che (ne siamo convinti) farà lievitare il giro
vita e darà il colpo di grazia alla nostra autostima. Per una volta
tralasciamo il senso di colpa e proviamo a rispondere.
Perché ho fame? E come si controlla la sazietà?
Gli stimoli che inducono l'assunzione di cibo sono
numerosi. Anzitutto è il bisogno reale di cibo legato al calo della
glicemia a scatenare la sensazione di fame: quando lo stomaco è
completamente vuoto e il livello di glucosio nel sangue cala, il
cervello e il pancreas vengono allertati. Il primo comanda allo stomaco
di “brontolare”, il secondo ordina al fegato di convertire il glicogeno
in glucosio: così viene rilasciata energia sufficiente per permetterci
di cercare una fonte di cibo.
Durante il pasto lo stomaco, il fegato e il duodeno
inviano continui segnali al cervello, informandolo rispettivamente del
contenuto di cibo, della concentrazione di glucosio nel sangue e della
quantità di lipidi ingeriti. Oltre una certa soglia avvertiremo la
sensazione di sazietà.
Intervengono anche i cosiddetti “fattori ambientali”:
la vista, l'odore, il sapore del cibo e anche l'ora del pasto segnata
dall'orologio. Gli animali solitari regolano l'ora del pasto successivo
in base a quanto hanno mangiato, ma per gli animali sociali,
specialmente per l'uomo, è diverso. I pasti hanno orari definiti e siamo
spinti a regolare la quantità di cibo piuttosto che il tempo intercorso
tra pranzo e cena. Inoltre in presenza di altre persone tendiamo a
mangiare più di quello che faremmo da soli: al ristorante, anche se la
porzione è abbondante, terminiamo più volentieri le portate ignorando i
segnali di sazietà. Gli influssi sociali posso sopraffare gli effetti
dei segnali metabolici.
Come fa il mio corpo a regolare il proprio peso?
Uno dei principali meccanismi a lungo termine si
instaura tra gli adipociti, cioè le cellule di grasso, e i neuroni
dell’ipotalamo, una particolare regione del cervello. I primi producono
un ormone, la leptina, in grado di fornire informazioni ai secondi sulla
quantità di grasso del nostro corpo. Se il segnale è ben recepito,
mangiamo normalmente e il peso è regolare. Al contrario, se non è
captato, i neuroni lanciano un segnale di “fame continua”. L’appetito
aumenta perché il nostro cervello pensa di trovarsi in piena carestia e
ciò che mangiamo è accumulato come scorta. Il nostro metabolismo
diminuisce per risparmiare le energie e quindi ingrassiamo.
Ma non pensiamo subito a uno squilibrio metabolico,
perché basta molto poco per sfasare la comunicazione adipociti-ipotalamo:
un breve periodo di stress può portarci a compiere abbuffate compulsive
o digiuni prolungati, che rientrano subito, appena passato il periodo
critico. Le donne possono essere ciclicamente coinvolte: lo stress
influisce anche sul loro delicatissimo equilibrio ormonale (l'ipotalamo
è coinvolto nel controllo del rilascio degli ormoni ipofisari,
regolatori del ciclo mestruale) ed è per questo che spesso, nel periodo
premestruale, sentono il bisogno vorace di carboidrati. Per fortuna il
nostro corpo produce numerosi fattori riequilibratori, come il CNTF, una
proteina che pare favorisca la crescita di nuovi neuroni ipotalamici.
Questi intercetteranno più efficacemente la leptina e il segnale
lanciato dal cervello sarà ora di “sazietà”: l’appetito diminuirà e le
riserve di grasso, considerate superflue, saranno bruciate consentendoci
di dimagrire.
Se pensate poi che risparmiare sul sonno possa
aiutarvi a bruciare più calorie, vi sbagliate di grosso. Sanjay Patel,
professore alla Case Western Reserve University di Cleveland ha
presentato alla American Thoracic Society International Conference di
San Diego del 2006 un interessante studio che certifica come siano
necessarie almeno 7 ore di sonno per mantenere alto il metabolismo
basale (le calorie spese a riposo). In pratica, meno si dorme e più il
nostro corpo tende a risparmiare energia, abbassando il metabolismo
basale: il segnale è avvertito ancora dai neuroni come “crisi
energetica”, così, a parità di calorie introdotte e di attività fisica,
chi dorme meno ingrassa di più.
Perché non riesco a resistere davanti al frigo
aperto?
Pranzare fuori pasto, al di là dei nostri ritmi
naturali, causa l'attivazione dei cosiddetti “geni orologio”, implicati
nella regolazione del ritmo sonno-veglia e delle attività a esso legate.
L'ha scoperto nel 2006 Masashi Yanagisawa, studioso dell'Università del
Texas a Dallas. Come ha fatto? Ha cambiato le abitudini alimentari di
alcuni topolini, tipici animali notturni, consentendo loro di pranzare
solo durante ore ben precise del giorno. Due geni orologio, Per1 e Per2,
presenti anche nell'uomo e attivati pure dalla luce, si attivavano quasi
due ore prima del pasto previsto. E, con sua grande sorpresa, i topi si
mostravano svegli e attivi invece di crollare dal sonno.
In pratica, l'aspettativa di un pasto sicuro causa
una rotazione dell'orologio biologico, difficile da modificare. Proprio
per questo è facile cadere nella tentazione dello spuntino di
mezzanotte: il nostro corpo si abitua senza sforzo allertando lo stomaco
e le ghiandole salivari. Qual è il risultato? Alle 23:59 la pancia già
brontola e il solo pensiero di un panino ci fa sbavare. E il passo tra
la poltrona e il frigorifero è sempre troppo breve.
Consigli per la lettura
Francesco Bottaccioli e
Antonia Carosella, La saggezza del secondo cervello, ed. Tecniche Nuove,
2007