Home    •    Chi Siamo    •    Cerca    •    Links    •    Contatti e Segnalazioni  
Associazioni e Musei



 


Centri di ricerca



 


Scienza per tutti



 


Scienza, Tv e radio



 


Science et Cité





 


Dossier

 
Scienza per tutti - Dossier

Neuroscienze
 

Il cervello maschile e femminile

di Giovanni Pellegri

Le differenze tra uomo e donna sono un tema difficile, delicato perché viviamo in un mondo di differenze umane, e la questione sta nel cosa vogliamo farcene di queste differenze: discriminare, valorizzare, convivere, etichettare? Negli ultimi anni sono fioriti articoli e trasmissioni TV che con troppa semplificazione hanno mostrato le differenze cerebrali tra uomo e donna e spiegato quindi il motivo dei nostri comportamenti diversi. Secondo numerose pubblicazioni ricolte al grande pubblico, le donne possiedono il bernoccolo per alcuni compiti, diversi da quelli maschili. Per esempio lui è meglio di lei ad orientarsi nello spazio, nei compiti di abilità motoria, a mirare un bersaglio e nel ragionamento matematico. Lei è meglio di lui nei test di abilità verbale, nei compiti di precisione manuale e nel calcolo aritmetico. Non esiste una predominanza dal punto di vista intellettivo, sono semplicemente diversi.

Tali osservazioni sono persino corroborate da differenze anatomiche cerebrali evidenziate con la risonanza magnetica funzionale. Sembra quindi che il cervello sia sessuato e che alcune caratteristiche femminili o maschili siano l’espressione di un programma genetico prestabilito che, grazie all’influsso degli ormoni, porterà alla genesi di maschietti che giocano alle macchinine e femminucce che coccolano le bambole. Da adulti ritroveremo quindi gli uomini nei panni di ingegneri e informatici e le donne di traduttrici e infermiere.

D’altronde non abbiamo bisogno della risonanza magnetica nucleare e nemmeno dell’ingegneria genetica per affermare che uomini e donne sono differenti. È una evidenza semplice, banale, così come è banale distinguere il germano reale maschio da quello femmina. Ma la questione che vogliamo affrontare non è questa. La domanda biologica che abbiamo sul tavolo un po’ più specifica: uomini e donne hanno cervelli differenti, si possono osservare strutture anatomiche differenti e attività elettriche distinte che spiegherebbero per esempio modi di ragionare, sensibilità. intelligenze o abilità diverse? Formulata così la domanda ha una connotazione completamente diversa e capiamo tutti che si tratta di una domanda che nasconde molte insidie e che non può e non deve essere affrontata unicamente in chiave biologica.

Che la questione sia delicata è anche dimostrato dal fatto che nessuno si interesserebbe ad un tema simile ma applicato ad un altro organo: intestino crasso maschile intestino crasso femminile: quali differenze? Oppure polmone maschile e polmone femminile quale differenze? Siamo molto interessati alle differenze del cervello tra un uomo e una donna, ma tutto sommato completamente disinteressati alle differenze a livello di altri organi.

 

Se la miseria della donna non fosse causata dalla biologia…

A dire il vero insospettisce questo tentativo di dimostrare a tutti costi che gli uomini e le donne hanno abilità intellettuali differenti determinate dalla loro natura. Anche perché è un dato senza interesse clinico o scientifico. Quasi come se avessimo bisogno di questi risultati per poter giustificare l’organizzazione della nostra società e tranquillizzare tutti sulla base di oggettive analisi scientifiche. L’evoluzione del rapporto uomo e donna e dei loro rispettivi ruoli sociali rischia così di infrangersi contro l’equazione: ereditabile = innato = inevitabile. Nessuna affermazione riesce meglio di questa a giustificare il mantenimento di un ordine sociale con alcune classi di persone poste sopra ad altre, e ricorda i tristi studi realizzati da Lombroso, Agassiz, Morton, Le Bon – riassunti qui di seguito - e tanti altri che tentarono, sulla base di pregiudizi sociali, di dimostrare l’inferiorità di alcuni gruppi di persone rispetto ad altri.

Oggi questo dibattito è per fortuna cambiato, ma la questione di fondo è sempre purtroppo la solita che ci trasciniamo da secoli, si vuole sapere se uomo e donna utilizzano il cervello differentemente e individuare, se possibile, alcune basi anatomiche che spieghino alcuni nostri comportamenti differenti. Si vorrebbe per esempio sapere se alcuni parametri che si misurano ad un livello sociale come la bassa percentuale di donne iscritte alla facoltà di informatica, la predisposizioni della donne per le lingue, o la bassa percentuale di uomini che fanno gli infermieri o il bucato sia in qualche modo scritta nelle nostre cellule, prestabilita da un determinismo biologico che determinano abilità, sensibilità e intelligenze diverse. Ed è qui l’insidia di questa tematica. Se le differenze sono biologiche - o addirittura genetiche - vuole anche dire che sono in buona parte immutabili, a meno che si voglia andare contro natura.

Quindi in ultima analisi la discussione verte su una questione aspramente dibattuta dalla biologia moderna: fin dove i mie comportamenti derivano dall’azione dei miei geni e fin dove invece, l’educazione, il modello socioculturale, le convenzioni sociali, l’apprendimento modellano il mio cervello per farlo diventare maschile o femminile? Quanto c’è di innato e quando c’è di appreso?

Le implicazioni culturali di una affrettata divulgazione scientifica sono drammaticamente concrete: perché un datore di lavoro dovrebbe assumere una persona di sesso maschile quando la scienza ribadisce che per quel ruolo una donna sarebbe meglio? Perché una ragazza dovrebbe orientarsi verso studi tecnici o scientifici quando la scienza afferma che avrà più difficoltà dei ragazzi? E infine delle indebite conclusioni creano un substrato culturale per una nuova formula di discriminazione. Se le caratteristiche biologiche sono determinate dal DNA, solo andando “contro natura” la donna e l’uomo potranno assumere nuovi ruoli.

Per fortuna, i fatti smentiscono queste ipotesi.

 

La storia: quando la scienza decretò l’inferiorità della donna

È una storia che ci trasciniamo da almeno duecento anni e esattamente da quando comparvero le prime riproduzioni di scheletri femminili. Siamo nel 1733 in Inghilterra, nel 1753 in Francia e nel 1797 in Germania. L’indagine anatomica sulla struttura dello scheletro permise per la prima volta di raccogliere dati scientifici sulle differenze tra uomo e donna. Ci si accorse per esempio che le donne avevano un bacino più largo e un cranio più piccolo. Gli uomini invece possedevano un cranio più grande e un bacino più stretto. Erano dati che nascevano da meticolose osservazioni scientifiche, quindi innegabili.
Questo primo fatto fu accostato ad un secondo altrettanto innegabile: nessuna donna ricopriva cariche politiche o culturali di rilievo. Nacque così una curiosa teoria che affermava l’esistenza di una strana legge della conservazione dei rapporti tra bacino e cervello. Lo sviluppo del bacino era in assoluta opposizione allo sviluppo mentale e si dedusse che per la sopravvivenza dell’intera specie umana era meglio tenere lontane le donne dall’istruzione.

La natura non è né giusta né ingiusta, quello di cui si accorsero gli scienziati era che la natura aveva voluto semplicemente così. Una conferma scientifica delle capacità ridotte del cervello femminile arrivarono con il neurologo francese Paul Broca: Broca pesò centinaia di cervelli prelevati da 4 ospedali parigini e trovò questi risultati:

  • 292 cervelli di maschio: peso medio: 1325 g

  • 140 cervelli di femmine: peso medio: 1144 g

I cervelli femminili pesavano mediamente 181 grammi in meno di quelli maschili.

Broca comprese che questa differenza era spiegabile. Una persona ha un cervello proporzionato alle dimensioni del suo corpo. Un uomo con un corpo grande ha un cervello più grande di un uomo con un corpo più piccolo. Broca lo comprese. Infatti in un altro studio, per dimostrare la superiorità intellettuale dei francesi rispetto ai tedeschi aveva proceduto ad una correzione, i tedeschi erano più grossi, e così ottenne che i francesi avevano un cervello più grande. Ma nel caso delle donne non ritenne opportuno applicare tale correzione. E motivò così:

Potremmo chiederci se le piccole dimensioni del cervello femminile dipendano esclusivamente dalla piccole dimensioni del loro corpo. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che le donne sono in media un po’ meno intelligenti degli uomini, una differenza che non dobbiamo esagerare ma che, nondimeno è un fatto reale.” (1861)

In verità il rapporto tra dimensioni del corpo e cervello è reale, così come è anche vero che il peso del cervello non ha nessuna ripercussione all’interno di una specie sulla varie capacità intellettive. Vi sono stati grandi uomini con cervelli poco pesanti e gente comune che eccelle unicamente per il peso dell’encefalo.

Questi studi furono riprese nel 1879 da un allievo di Broca, Gustave Le Bon. Il pregiudizio, ben ancorato nella società determinava la modalità di leggere i dati scientifici. Ecco le parole di Le Bon: “Tra le razze più intelligenti, come tra i parigini esiste un gran numero di donne i cui cervelli sono più vicini nelle dimensioni a quelli dei gorilla che non a quelli dei maschi più sviluppati. Questa inferiorità è talmente ovvia che nessuno potrebbe contestarla per un momento; quello su cui si può discutere è il grado di inferiorità. Tutti gli psicologi che hanno studiato l’intelligenza delle donne, come pure poeti e romanzieri, riconoscono oggi che esse sono la forma più bassa dell’evoluzione umana e che sono più simili ai bambini e ai selvaggi che non all’uomo adulto e civilizzato. Sono assolutamente incostanti mancano di pensiero e di logica e sono incapaci di ragionare. Senza dubbio esistono donne di notevole talento, superiori all’uomo medio, ma esse sono eccezionali come la nascita di qualsiasi mostruosità, per esempio un gorilla a due teste, e possiamo quindi evitare di prenderle in considerazione.

E di seguito quelle di altri importanti studiosi del tempo:

Carl Vogt, anatomista tedesco scrisse nel 1864: “Per l’apice arrotondato e per il lobo posteriore meno sviluppato il cervello del negro rassomiglia a quello dei nostri bambini e per la protuberanza del lobo parietale quello delle nostre femmine”.

Cesare Lombroso affermava che la donna non solo era più stupida, ma in alcuni casi il suo limite poteva manifestarsi anche con l’amoralità, come avviene nella prostituzione, allora gli agganci con gli esseri inferiori erano facilitati. Lombroso cercò di dimostrare che i piedi delle prostitute erano prensili come quelli delle scimmie.

Edward Drinker Cope celebre paleontologo americano identificò quattro gruppi, di forme umane inferiori: le razze non bianche, tutte le donne, i bianchi europei del sud e le classi inferiori delle razze superiori, i poveri insomma. E le basi anatomiche sulla misura dei crani e dei cervelli che servirono da base per queste classificazioni furono in seguito corroborate dallo sviluppo psicologico: anche un non specialista poteva infatti osservare come i selvaggi e le donne erano emotivamente molto più vicini ai bambini che agli adulti bianchi.

Anche la psicologia si allineò aiutata dai dati sulle dimensioni dei crani. Sviluppò quindi un suo modello per spiegare quello particolare stato in cui l’emozione ha il sopravvento sulla razionalità. Questo particolare stadio evolutivo del carattere umano che fu chiamato lo stadio femminile.

Nell’anno della morte di Broca, Bischoff pubblicò uno studio sul peso dei cervelli di 119 assassini e ladri. Il loro peso era superiore a quelli di uomini onesti e di molti intellettuali. Tra queste cifre ne spiccava una. Il cervello femminile più grande mai pesato, 1’565 grammi (1’144 era la media trovata da Broca). Apparteneva ad una donna che aveva ucciso il marito.

Vi erano dati a sufficienza per mettere in dubbio le teorie dominanti, ma il pregiudizio lo impediva. E la comunità scientifica decretò l’inferiorità intellettuale della donna rispetto all’uomo. E attenzione non era un mondo così lontano. Stiamo parlando di un epoca che risale a 100 anni fa. Tanto per essere concreti: i miei nonni erano appena nati.

 

La scienza moderna

Oggi i tempi sono cambiati dai semplici strumenti di dissezione utilizzati nel XIXo sec. si è passati alla tomografia ad emissioni di positroni e all’ingegneria genetica. Questo ha permesso di smentire le sciocchezze proclamate nel secolo scorso e ha evidenziato altre differenze. Il percorso effettuato dalla scienza moderna è più o meno questo:

  1. Esiste una differenza genetica tra uomo e donna. Questo è un dato accertato, sicuro. Si sa che l’uomo presenta un piccolo cromosoma in più che la donna non possiede: è l’Y. Si sa anche che una parte precisa di questo cromosoma è responsabile per la differenziazione delle gonadi in testicoli. In assenza di questo frammento di DNA le gonadi si differenziano in ovaie. Questa induzione genetica determina in seguito la produzione di ormoni differenti e determina la genesi dei tratti sessuali caratteristici che distinguono un uomo da una donna.

  2. Esiste un azione ormonale differente tra uomo e donna.

  3. A partire da questi basi biologiche si è cercato di evidenziare abilità diverse. Come le abilità nel compiere alcuni test matematici, abilità linguistiche, abilità di orientamento spaziale, ecc.

  4. Sulla base delle abilità diverse si è cercato di identificare strutture anatomiche con morfologie diversa nell’uomo e nella donna.

I dati più famosi sono quelli raccolti da Doreen Kimura una ricercatrice che ha elencato capacità cerebrali diverse e ha cercato di spiegarle sulla base di una lettura dell’azione degli ormoni, della genetica ed dell’evoluzione biologica. Kimura ritiene che uomini e donne hanno abilità differenti sulla base di una storia evolutiva. Semplificando, gli uomini delle caverne cacciatori ed esploratori hanno sviluppato abilità spaziali più pronunciate delle donne. Le donne che restavano al focolare hanno sviluppato abilità per lavoretti fini e per il linguaggio. E queste diverse abilità le riscontriamo ancora oggi nelle facoltà di ingegneria e di lingue frequentate le prime da uomini e le seconde da donne.

Tuttavia a questi studi vale la pena sollevare alcune critiche:

  1. I risultati non sono concordanti. Altri studi non hanno evidenziato tali differenze.

  2. Se le capacità sono determinate da geni e ormoni perché tali differenze non si riscontrano in tutte le etnie (fattori ambientali)

  3. Se le capacità sono determinate da geni e ormoni perché tali presunte differenze stanno cambiando nella nostra società (ruolo dell’ambiente)

Intendiamoci, trovare delle differenze e spiegarle sulla base di semplici meccanismi biologici è allettante ma non si può avere la pretesa di ridurre la complessità dello sviluppo di un essere umano, che implica milioni di fattori di diversa natura all’azione di qualche ormone e di qualche gene.

Parallelamente a queste indagine psicologiche lo sviluppo delle nuove tecniche di visualizzazione dell’attività cerebrale ha permesso di osservare i cervelli di uomini e donne in azione con alcuni risultati spettacolari: Alcuni studi sono anche finiti su tutti i mass media, con conclusioni affrettate.

 

Siamo esseri differenti, biologici ma anche sociali.

Sicuramente delle differenze a livello cerebrale esistono tra uomo e donna. Tuttavia bisogna stare attenti a non semplificare troppo. Si stanno infatti accumulando parecchie evidenze su differenze biologiche tra i due sessi, e nello stesse tempo si sta cercando di spiegare – commettendo un grave errore – comportamenti, ruoli sociali, capacità e abilità diverse di uomini e donne unicamente sulla base di questi nuovi e insufficienti dati. È un errore comune della scienza, storicamente già sperimentato, quello di leggere in chiave riduzionistica quello che è invece una problematica complessa e richiede perlomeno prudenza e approcci pluridisciplinari. Alcuni biologi pretendono che l’espressione di qualche gene, o la presenza di qualche proteina sia sufficiente per spiegare il complesso rapporto e le differenze tra l’uomo e la donna. Questa tendenza a semplificare trova nell’ambito delle differenze cerebrali tra uomo e donna un campo particolarmente fertile, concimato da secoli di discriminazioni, da secoli di ricerche che hanno tentato di dimostrare l’inferiorità intellettuale delle donne rispetto agli uomini e quindi da secoli di pregiudizi storici e sociali, ancora molto presenti nella nostra società.

Il problema è quindi di capire, al di là di qualsiasi stereotipo, quali interpretazioni possiamo dare ai dati biologici, per convalidare queste differenze e smentire i riduzionismi scientifici. Non si tratta di negare la differenza di genere e neppure i risultati scientifici, ma di ricollocarli nella giusta dimensione, valorizzando il contributo della cultura e dell’ambiente nella formazione dell'identità personale e sessuata.

 

E l’ambiente?

Non possiamo infatti ignorare le recenti scoperte biologiche sulle plasticità del sistema nervoso centrale, che dimostrano che oltre alla genetica, bisogna considerare le influenze ambientali e culturali che subentrano fin dal concepimento di un essere umano. Come è possibile ignorare i condizionamenti culturali ben radicati nella nostra cultura e che determinano, per esempio, atteggiamenti differenti persino davanti alla forma di una pancia di una donna incinta? Tutto ciò che è positivo è maschile: un ventre e dei seni ben ingrossati, un colorito roseo del viso della futura mamma e il buon umore della gestante sono i segni inequivocabili della futura nascita di un maschio. Tutto ciò che è negativo o sinistro è femmina: una pancia appuntita a sinistra o piatta, se la madre è facile al pianto oppure pallida, se ha gonfiori o macchie sulla pelle allora sarà femmina. Non parliamo poi delle scatole di Lego e delle sorprese della McDonald. Per le bambine offrono l’occorrente per la casa: pentoline, aspirapolvere, ferri da stiro miniaturizzati, servizi da tè, completi per cucire e ricamare, mentre ai maschietti spettano animali, armi, veicoli ed eroi. Le scatole di Lego “maschili” contengono l’occorrente per costruire mulini a vento, grattacieli e stazioni spaziali, quelle femminili permettono di riordinare i letti e le suppellettili di una casa con pareti, tetto e porte già costruite. Alla luce dei dati sulla plasticità cerebrale, non sorprende che uomini e donne abbiano un cervello con alcune strutture differenti. Mettete un maschietto in queste condizioni e poi vedrete se quando sarà grande si iscriverà alla facoltà di fisica o di ingegneria.

Una ricerca anche se oggettiva e scientifica non è mai imparziale ed è influenzata da presupposti che prendono origine dalla nostra cultura. Persino uno scienziato non è immune da una logica pregiudizievole - pur inconsapevolmente - anche se i dati sono scientificamente corretti. Siamo immersi in una cultura che fino a 100 anni affermava che la donna era inferiore all’uomo (dati scientifici alla mano), la stessa cultura che ha ritenuto opportuno dare il voto alle donne in Svizzera meno di 40 anni fa (nel 1971)… Non si tratta quindi di accusare la scienza, ma piuttosto di interpretare i risultati sbarazzando il campo da retaggi culturali e integrando i risultati in una lettura più complessa. Il paleontologo Stephen Jay Gould scriveva: “Viviamo in un mondo di differenze umane e di preferenze, ma l’estrapolazione di questi fatti in teorie dai limiti rigidi è ideologia”. E la filosofa Hannah Arendt aggiungeva: “L’ideologia è ciò che serve a non vedere la realtà”.


Per saperne di più:

Questo articolo è nato dalla lettura dei libri
- Intelligenza e pregiudizio di Gould Stephen J.
- Sesso e cervello di Rogers Lesley

È anche il testo di una conferenza tenuta per la “Settimana del Cervello” a Lugano


In vetrina



 


BaseCamp 09



 


L'ideatorio



 


Giornata della Scienza



 


Musica e Molecole