Intervista all’astronomo George V. Coyne, già
direttore della Specola vaticana
Buone notizie: abbiamo vinto la lotteria
universale!
di Giovanni Pellegri
La
vita è esplosa sulla Terra, con prepotenza in un’apparentemente
semplicità, contro la logica dell’universo. Si manifesta come un evento
normale, scontato, un processo inevitabile, ma basta porre lo sguardo a
pochi passi dal nostro pianeta per accorgerci che la vita per emergere
ha dovuto lottare contro le terribili condizioni che regnano un po’
ovunque nel cosmo: raggi cosmici, temperature estreme, radiazioni
ionizzanti. Come sia apparsa sulla Terra nessuno lo sa, l’unico fatto
certo è che ha avuto molta fantasia. Partendo dagli atomi prodotti dalle
reazioni termonucleari delle stelle, si è inventata, fino a livelli
d’organizzazione incredibilmente complessi, a tal punto che quella
manciata di atomi aggregatasi oltre 4 miliardi di anni fa, è riuscita a
creare spontaneamente l’oggetto più complesso dell’universo: l’uomo e il
suo cervello. Oggi, agitandosi dentro le nostre cellule, quegli atomi
discesi dalle stelle, ci chiedono il perché della loro e della nostra
esistenza. Siamo il frutto del caso o della necessità? La presenza
dell’uomo risponde ad un finalismo oppure è puramente casuale?
Padre George Coyne: Per me esiste una terza
possibilità oltre al caso e alla necessità: l'opportunità. Alcuni
processi, la gravità ad esempio, sono deterministici; ci sono anche dei
processi casuali, probabilistici, ma soprattutto ci sono state
tantissime opportunità in un universo con oltre cento miliardi di
galassie, con tantissimi miliardi di pianeti e 12 miliardi di anni.
Questo ha fatto sì che il processo si sia ripetuto moltissime volte.
Facciamo un esempio: se gioco al lotto una volta e vinco, sono felice e
sorpreso perché, tra tanti possibili vincitori, per un fortunatissimo
caso ho vinto io; se gioco ogni settimana e vinco sempre sono
felicissimo, ma non sorpreso, perché so che qualcuno sta barando a mio
favore; ma se gioco miliardi e miliardi di volte e vinco tre volte o
anche un centinaio, non c'è da sorprendersi. Questo intendo quando parlo
di opportunità: l'universo ha giocato miliardi di volte per far nascere
la vita, ha sbagliato la maggior parte delle volte, perché i processi
necessari e casuali non si sono congiunti bene, ma almeno una volta
l'esito è stato positivo. La vita è nata non per caso né per necessità,
ma grazie a tutte le opportunità avute.
Se stiamo parlando di estrazioni al lotto magari
ci sono anche altri vincitori?
Sorgono molte domande circa la vita su altri pianeti a cui uno
scienziato non può rispondere; ciò che posso dire, però, è che le
condizioni per il sorgere della vita altrove ci sono: può esistere un
pianeta come la Terra che gira intorno ad una stella come il Sole alla
giusta distanza, con la giusta combinazione di elementi, con l'atmosfera
giusta, ecc. Le condizioni fisiche per la vita ci possono essere, ma non
si conoscono ancora le condizioni biologiche necessarie, che d'altra
parte ignoriamo persino a proposito dell'inizio della vita sulla Terra.
E come possiamo valutare queste probabilità?
I numeri sono quelli che l'universo ci offre. Si parte dal numero delle
stelle: 1 seguito da 22 zeri; possiamo stimare che il 30% di esse siano
come il Sole, il 10% di queste avrà un sistema planetario, e l'1% avrà
un pianeta come la Terra. Si riduca ogni volta al 3% per tutte le
condizioni: con qualsiasi modesta stima si arriva a milioni e milioni e
milioni di casi favorevoli all'origine della vita, sempre fisicamente
parlando. Qualche riflessione s'impone: l'universo ha 15 miliardi di
anni ed è ampio 15 miliardi di anni luce, mentre la vita è sorta dopo 12
miliardi di anni. Perché la vita arriva così tardi?
Se ci guardiamo intorno esistono dei segni che
lasciano intravedere una possibile esistenza di altri mondi
nell’universo?
Siamo tutti, in senso molto scientifico, nati dalle stelle e se questo è
stato possibile per noi forse lo è stato anche per altri. Infatti, dal
gas di una stella morta nascono altre stelle e, grazie a questa seconda
generazione, l'universo produce degli elementi chimici più pesanti
necessari alla costituzione di organismi viventi. In certi casi, dopo la
morte di una stella rimane una nuvola di gas e polvere; questa nube, per
le forze gravitazionali, prende la forma di un disco che si struttura ad
anelli e dentro di essi si formano i pianeti. Con i nostri strumenti più
potenti stiamo studiando le stelle più vicine al Sole per vedere se ci
sono dei pianeti. Solo 15 anni fa non c'erano prove dell'esistenza di
pianeti intorno ad altre stelle; oggi conosciamo almeno 80 pianeti fuori
dal nostro sistema solare e abbiamo fotografie dei dischi protoplanetari
e di pianeti in formazione attorno ad alcune stelle.
Quindi non sarebbe sorpreso di scoprire
l’esistenza di un qualche ET nell’universo?
Quello che dovrebbe veramente sorprenderci non è tanto scoprire che la
vita si trovi anche fuori della Terra, ma piuttosto che nell’universo
esista la vita. Per il suo manifestarsi infatti era necessaria una
particolarissima sintonia (fine tuning), delle costanti e delle leggi
fisiche. Sarebbe stata impossibile se anche una sola di queste costanti
avesse un valore differente. A quanto mi risulta non esiste una teoria
che spieghi perché il valore delle costanti in natura sia proprio quello
che é.
Il cosmo è il luogo della prima gestazione
dell’essere umano
Lo stupore per l’infinito anima la conoscenza
La conoscenza dell’uomo sta abbracciando
l’universo, arriveremo mai a capire da dove veniamo?
Come in molti aspetti della vita, anche allo scienziato che voglia
comprendere l'universo è richiesta una certa umiltà. Occorre infatti
lasciare che sia l'universo a parlare e non imporgli le nostre teorie
infondate. L'universo, ogni volta che tentiamo di carpirne qualche
ulteriore segreto, si incarica di ricordarci la nostra ignoranza e la
provvisorietà delle nostre conoscenze e sembra disposto a svelarsi solo
quando noi siamo disposti ad ammettere questo nostro statuto
intellettuale.
È questo secondo lei il migliore atteggiamento del
ricercatore di fronte alla natura?
Sì, e anche dal punto di vista scientifico si ottengono miglior
risultati. Ci si può porre come davanti a qualcosa di meccanicamente
determinato o determinabile una volta per tutte, nel qual caso sarebbe
ipotizzabile la fine della scienza, oppure come di fronte a qualcosa la
cui esuberante ricchezza dovrebbe suscitare ammirazione e stupore. E lo
stupore è tipico di chi, come un bambino, sa gioire e godere di ogni
piccola novità, ma anche del saggio anziano che sa gustare ogni
frammento di vita per quanto possa sembrare piccolo e insignificante. Ed
è questo stupore che suscita curiosità e domande sempre nuove assieme ad
una carica di entusiasmo che consente di ritenere sempre provvisorie le
barriere che si incontrano sulla via della sapienza.
Tra complicate formule matematiche e modelli
fisici vi è ancora spazio per lo stupore?
Mi preme dire la meraviglia che scuote il mio animo anche perché la mia
ricerca scientifica di conoscere l’universo mi riconduce sempre a casa,
sulla Terra, al cuore dell'uomo. Si può essere atterriti o estasiati per
quanto sappiamo dell’universo perché ciò che mi ha colpito è stato il
trovare tanta ricchezza, varietà, complessità, grandezza e soprattutto
il luogo della prima gestazione fisica dell’essere umano. Il poter
cogliere in un baleno tutto ciò è una capacità tutta umana, che non
condividiamo con niente di quanto esiste. In tal modo scopro come
davvero la riflessione sull'universo mi conduce in definitiva a quella
su noi uomini, ed è proprio vero allora che l'universo parla a noi,
parla con noi ma soprattutto parla di noi. E questo mi meraviglia ancor
di più e dovrebbe suscitare gioia. E questa gioia, che nasce dal
conoscere è un aspetto, un'espressione di amore, una partecipazione a
quell’ “amor che tutto muove” come ci ricorda Dante.
Ma non si dice che scienza e fede sono
inconciliabili?
L'immensa ricchezza del cosmo, dal microcosmo al macrocosmo, rivelatami
dalle scienze, l'appassionato e insaziabile mio desiderio di conoscerlo
e di capirlo, i misteri e i paradossi che continuamente fanno capolino
dalle mie ricerche, la sensazione ricorrente che la mia ricerca non avrà
mai fine: tutto ciò può condurmi ad una sorgente che trascende la mia
comprensione e alla quale ci si avvicina meglio pensandola come amore.
Questo amore si autorivela in tutte le pieghe della creazione e ci sta
guidando non solo a capire ma piuttosto, o addirittura principalmente,
ad amare a nostra volta. Forse a qualcuno sembrerà strano che la ricerca
scientifica di comprendere l'universo e noi stessi al suo interno mi
abbia condotto a questo punto, ma mi sembra di aver sufficienti
indicazioni per poter pacificamente riposare in questa convinzione.
Padre Coyne, sacerdote della Compagnia di Gesù, è
nato nel 1933 a Baltimora e dal 1978, ex direttore della Specola
vaticana di Castelgandolfo. Laureatosi in Matematica nel 1958 alla
Fordham University di New York, nel 1962 ha ottenuto il Dottorato in
Astronomia alla Georgetown di Washington. Fra il 1963 e il 1976 ha
lavorato al Lunar and Planetary Laboratory dell'Universita'
dell'Arizona, dove nei quattro anni successivi è stato ricercatore e
professore al Dipartimento di Astronomia, che ha diretto fra il 1979 e
il 1980. Parallelamente all'attività di ricerca astronomica George Coyne
ha coltivato anche interessi nel campo della filosofia e della storia
della scienza che lo hanno portato nel 1983 alla fondazione della
collana di pubblicazioni "Studi Galileiani, di cui è tuttora direttore.
Autore di più di 150 pubblicazioni scientifiche ha curato inoltre
l'edizione di vari libri. Oltre a far parte di varie società
scientifiche è membro dell'Accademia Pontificia delle Scienze.